lunedì 7 dicembre 2015

Con un occhio bendato e un dito nell'altro


Da parecchi anni nella scuola si fa un gran parlare di dislessia, ultimamente nella dizione allargata di "disturbi specifici dell'apprendimento" o DSA, secondo la tendenza a classificare con sigle burocratiche perfino le caratteristiche individuali, arrivando infine a generare anche la categoria dei BES "bisogni educativi speciali". Questo dibattito ha avuto il merito di tenere costantemente alte la sensibilità e l'attenzione sui problemi di apprendimento ed il fenomeno è senz'altro positivo, come tutte le operazioni culturali che si pongono l'obiettivo di migliorare le conoscenze e l'impegno dei docenti a favore dei propri alunni, ma comporta anche dei rischi.
Infatti il grande ombrello DSA/BES copre ormai una tale quantità e varietà di comportamenti e situazioni da far pensare che in qualche caso serva soltanto a dare un nome a ciò che non si capisce, che non siamo in grado di controllare e, nel caso, accettare. E di conseguenza il numero degli alunni e dei comportamenti da segnalare è in continua crescita; si è infatti invertita la tendenza delle famiglie a minimizzare i problemi dei propri figli: un tempo le certificazioni di handicap, anche evidenti, trovavano la comprensibile resistenza dei genitori, adesso è facile che ad un alunno semplicemente distratto venga attribuita la diagnosi di "disturbo dell'attenzione" e quindi si richieda all'insegnante indulgenza e interventi mirati. Oltre evidentemente un accurato PDP, "piano didattico personalizzato".
Per un comune insegnante è così diventato faticoso orientarsi e tenersi aggiornato nell'oceano dei disturbi specifici, e forse alcune diagnosi finiscono per "medicalizzare" qualcosa che potrebbe essere più tranquillamente affrontato nel normale contesto scolastico e familiare.
Per quel che mi riguarda la dislessia, quella senza equivoci, che non ha bisogno di screening per essere accertata, sta tutta nello sguardo deluso e venato di rimprovero che mi rivolse Carlotta, parecchi anni fa, prima  che i suoi personalissimi processi di pensiero fossero definiti da una sigla da specialisti o da circolari ministeriali.

Credo fossimo in terza elementare e avevo dato il compito di eseguire un disegno su un foglietto di piccole dimensioni. In piedi di fronte ad un tavolo piegavo dei fogli A4 a  metà e li strappavo lungo la piegatura, consegnandoli, uno ciascuno, ai ragazzi. Carlotta era l'ultima della fila e mi era rimasto un solo foglio, lo divisi e lasciai che una delle metà cadesse sul tavolo.
"Prendilo." Dissi
Carlotta rimase immobile, in attesa, gli occhi fissi nei miei.
"Prendilo!" Dissi di nuovo, sorridendo.
Il suo sguardo si fece solo più perplesso.
"Lo vuoi prendere!!" Insistetti, in tono più pressante.
"Ma tu non me lo dai." Rispose lei, abbassando lo sguardo.
"Certo che te l'ho dato!" Tono secco, questa volta. Quel che non si capisce irrita.
"No, tu non me lo hai dato." Accenno di broncio, delusione...
"Ma non lo vedi che è lì sul tavolo!!"
Il tono voleva essere dimostrativo, ma l'evidente sotto testo era:
"Possibile che crei sempre problemi, anche di fronte alle cose più semplici?"
Carlotta alzò gli occhi dove cominciavano a premere le lacrime, indicò la metà del foglio che tenevo ancora in mano e disse con voce bassa: "Ma io voglio quello e tu non me lo dai."
Per un attimo capii quanto doveva essere difficile guardare il mondo con occhi che vedono quello che agli altri resta nascosto.
Carlotta non riconosceva alcuna parentela e somiglianza tra il foglio sul tavolo e quello che avevo in mano, lei si aspettava, forse per ragioni affettive, ma sicuramente per un ragionamento a suo modo logico, che le consegnassi personalmente, da mano a mano, quello su cui disegnare; l'unico che avesse le caratteristiche per essere il "suo" foglio era quello che mi ostinavo a tenere stretto.
E in effetti quello non glielo avevo dato.
Possiamo giudicare questo ragionamento "sbagliato" solo perché diverso da quelli che comunemente, direi banalmente, sono messi in atto dalla maggioranza delle persone?
La domanda è retorica e la risposta ovviamente negativa. Eppure nella realtà noi condanniamo queste risposte con il semplice non capirle, con il ritenerle illogiche, irrazionali, inutili, intralcianti.
Quante volte, ogni giorno, a scuola e a casa, Carlotta sarà stata respinta e ferita dall'impazienza, dalla fretta, dalla stizza, dalla rassegnazione, che hanno impedito agli altri la comprensione di esigenze e ragionamenti che a lei dovevano sembrare chiari, evidenti, normali? E quanti di questi micro traumi può sopportare una persona prima di arrendersi, ed arrivare alla conclusione di essere definitivamente diversa, "sbagliata"?

L'episodio vissuto con Carlotta mi è tornato in mente in seguito ad uno, quasi analogo, accaduto negli ultimi giorni, protagonista Corso, un alunno sfuggito a suo tempo per un soffio (fortunatamente?) alle maglie di uno screening anti dislessia.
Somministro a tutta la classe una serie di schede di analisi grammaticale a difficoltà crescente: una frase, inizialmente minima, si ripete in ogni scheda con l'aggiunta progressiva di altre parole che la ampliano e complicano.
Ovviamente, dopo averle studiate un po', i ragazzi trovano facilmente il modo di velocizzare l'esecuzione delle schede, ricopiando nelle successive l'analisi delle parole che erano risultate precedentemente corrette.
Corso invece, dopo un avvio tranquillo, mostra perplessità, chiedendomi spesso aiuto e incorrendo in errori che non riesco a capire.
Sapendo che aveva eseguito correttamente la prima scheda, come succede agli insegnanti che hanno fretta di raggiungere il risultato, gli svelo il trucco; lui, essendo un alunno rispettoso ed ubbidiente accetta il consiglio, ma dal suo sguardo capisco che lo ritiene un'assurdità incomprensibile...
Dopo poco mi riporta la scheda. Completamente sbagliata. Non trattengo un gesto di insofferenza: "Ma come! Te l'ho appena spiegato che per le parole ripetute devi solo ricopiare le definizioni della prima scheda, possibile che tu non capisca un discorso così semplice?"
Lui annuisce perché non mi contraddirebbe mai, ma gli occhi gli restano vuoti.
La classe intanto procede come un treno, divorano le schede, dico ad Corso di tornare a posto e sbrigarsi. Obbedisce. Quando sollevo lo sguardo e lo vedo, dietro lo schermo degli altri che mi si affollano intorno per la correzione, è immobile davanti al foglio, con gli occhi gonfi di pianto. Sospiro spazientito, mi avvicino, ma so già cosa troverò sulla sua scheda: non ci ha nemmeno appoggiato la penna.
Mi chino accanto a lui. "Cosa c'è che non va Corso, cerca di spiegarmelo, non riesco a capirlo. Se nuovo è un aggettivo qualificativo nella prima scheda lo sarà anche nella seconda, no?"
Mi guarda dietro i lucciconi: "Perché? Se cambiano scheda anche le parole possono cambiare..."
Reprimo una risata. "Come fai a dire una cosa del genere, la grammatica può forse cambiare nel tempo, ma non dipende dalla collocazione nello spazio delle parole."
E lui, serafico: "Eppure tu dici che le persone non restano le stesse, uno può essere tranquillo vicino ad un compagno e agitato insieme a un altro. Allora perché le parole non possono fare lo stesso?"
Già, perché? Come si fa a rispondere ad una domanda del genere?

Adesso Carlotta è una giovane donna molto attiva sui social, dove gli errori dovuti ad una "dislessia severa" trovano piena nazionalità ed accettazione nella libera sintassi dei gerghi giovanili, Corso è ancora, per poco, uno dei miei alunni più singolari. Ambedue mi hanno insegnato che alla lunga i dislessici (o presunti tali) trovano sempre una loro strada, mai banale. E mi hanno  anche fatto capire la differenza tra gli "errori" di un alunno che non ha ancora maturato un adeguato livello di apprendimento e quelli di un ipotetico DSA: nel primo caso di tratta di un deficit da colmare nella lettura del reale, nel secondo di una maniera diversa, spesso creativa, sempre sorprendente, di sovvertirne le leggi. Nostro compito dovrebbe essere accettare il rischio di seguirli su queste strade inconsuete, dare  cittadinanza alle loro idee, con l'obiettivo magari di riportarli su sentieri più domestici, senza però delegittimare le loro scoperte e riconoscendole anzi come dei bellissimi regali.
La dislessia in sé contempla intelligenza e frustrazione e percorsi di pensiero alternativi al consueto, solo con grande fatica alcuni ragazzi riescono a mettere ordine nella giungla delle lettere confuse, che a voce formano parole di senso compiuto e su un foglio bianco no, come dovessero immaginare con un occhio bendato e un dito nell'altro.
Dall'esterno possiamo osservare i loro percorsi di pensiero personali, spesso grippati come aquile a cui si chieda di scavare gallerie, hanno bisogno di tempo e fiducia per aprirsi una nuova strada nella roccia attraverso cui giungere alla medesima destinazione di chi non fa fatica, spesso si arenano come le balene: difficile nella giungla delle lettere mescolate senza un prima e un dopo riuscire a discriminare le parole e magari farne anche classificazione con funzione grammaticale.
Nostro compito sarà prendere la pala e scavare con loro la roccia, perché solo quella può essere la loro strada. Se la vediamo.
Ma queste, ovviamente, sono solo le riflessioni di un insegnante irrimediabilmente vintage, che ritiene la categoria dei BES talmente onnicomprensiva da dover includere a pieno titolo anche i futuri vincitori del premio Nobel.


Paolo Scopetani


4 commenti :

  1. Finalmente leggo una riflessione sulla dislessia molto più illuminante dei soliti bollettini in cui alla voce sintomi ho avuto spesso il sospetto di confondermi le idee e rischiare di riconoscere 3/4 dei miei alunni, se non addirittura me stessa..in certe situazioni. Difficile entrare in una visione del mondo completamente diversa, è come se il tuo sguardo si potesse moltiplicare e frantumare la solita "percezione", rompere degli schemi, restituirti una nuova visione fatta di quella e di quell'altra. Ci vuole sensibilità, attenzione, ci vuole un rispetto profondo per la persona "alunno". Grazie Paolo, anche se tutto questo mi spinge ad interrogarmi ancora una volta..chiedermi se e quante risorse di questo genere posso disporre per i miei studenti. Perfetti mai ma perfettibili è già qualcosa!

    RispondiElimina
  2. Elena

    Ecco una riflessione profonda sulla dislessia e, più in generale, sui BES. Finalmente non un elenco di strumenti compensativi e di misure dispensative, da elencare nel PDP e da comunicare alle famiglie; finalmente le parole di un maestro che rivela il significato profondo dell'insegnare, un "insegnare ad essere", potremmo definirlo.
    Ho insegnato in classi dove sono stati compilati anche 9 PDP, poco meno della metà degli alunni, e mi sono chiesta più volte quale sia il futuro di questa tendenza alla classificazione, che sembra rassicurarci ma in realtà contribuisce a creare caos e barriere. Avremo forse tra qualche anno una sigla per ogni alunno..e poi? Che ne sarà dei bambini? E della didattica? Non siamo medici, elogiare le "sigle" non è il nostro mestiere, noi dobbiamo creare le condizioni perché ciascun alunno sviluppi al meglio le sue risorse. Credo che in questo le sigle ci aiutino poco, ma sia prioritario partire dalla comprensione delle persone, in questo caso dei bambini, che abbiamo di fronte. E non una comprensione tagliente, rivolta a trovare il difetto, quello che manca e che va colmato, bensì una comprensione "rotonda", che lasci spazio anche alle divergenze e non precluda in alcun modo le aspettative personali per il futuro.

    RispondiElimina
  3. Ciao Paolo, finalmente ho letto il tuo articolo,non conosco bene tutta la situazione,ma l'articolo è interessante e mi spinge ad approfondire l'argomento.Quando dici che sei un insegnante irrimediabilmente vintage come ti capisco.....

    RispondiElimina
  4. giulia maria romano29 aprile 2016 15:21

    Mi piace la fiducia che Carlotta e Corso hanno avuto in te. hanno corso il rischio di provare a spiegarti il loro punto di vista. Complimenti maestro, sono queste le relazioni umane.

    RispondiElimina